Giuseppe Cristofani
P I O L I
ricordi e impressioni
C-group
2003
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L |
ente, strazianti,
le Note entrarono
(senza chiedere il
permesso)
nella Mente.
Gli echi iniziarono
a volteggiare,
rimbalzando nel
Palazzo,
come falene
impazzite,
anelando l’uscita
divincolandosi nei
meandri del Labirinto.
Poi
rapido
un lampo di luce
abbagliò
e la Sala delle
Feste
(i mobili coperti da
bianchi drappi)
sussurrò dal tetro
degrado
l’antico splendore.
Le falene, al
segnale,
si organizzarono
in bande di sette.
Puntarono l’origine
della Luce
altalenando sul
pentagramma.
La bocca si aprì e,
sospinte
da un soffio di
fiato,
le farfalle si
dissolsero in canto.
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S |
telle, Stelle,
Stelle.
Infinite Stelle
posso contare
nel cielo.
Così
vicine e così distanti
piccoli specchi di solitudine
state.
Come muta spiegazione,
didascalica soluzione al dilemma
dell’Uomo.
Si è soli tra tanti muti universi
sconosciuti,
come sostanze arcaiche di alchimie perverse.
L’Alambicco unirà i corpi
e la Galassia
distenderà la sua spirale
e sulla sfera fatta linea
ci incammineremo
(già stanchi)
verso
l’ultima
meta:
noi stessi.
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Dita nere di nubi,
già nella notte,
rubarono le stelle.
E cinsero la luna
rapaci,
come adunchi artigli
di mano
antica.
E il giorno nacque
nacque già grigio
e orfano di Sole
nacque.
Allora la
Terra,
stupita,
si preparò rapida a
ricevere
Pioggia.
…Annunciata da cupi
tamburi
la Dama inattesa
la corteggiò con
poesie di vento,
accarezzandole i
campi riarsi.
Poi aprì le mani e
la profuse di
piccole
perle
lucenti
Lei, bisognosa e
confusa, esitante e trepida
dopo poche
schermaglie
distrasse di nebbia
i testimoni dell’ intima unione.
Poi
si concesse.
Arrendevole,
stordita
si aprì alle acque,
ed ebbra di piacere bevve di baci ogni piccola goccia
che colmò tutti i
solchi.
Distese tutte le
rughe che il Sole le scavò nelle carni
… la Pioggia la
cinse e nell’abbraccio comprese.
Sole la amò
e di passione la
travolse
d’amore arse
tutta l’estate arse,
le trasse ogni
frutto,
le sciupò la
bellezza
e la lasciò lì
avvizzita ,
sterile,
esausta
consunta. Finita.
Cercò sgomenta un
dono per Pioggia ,
un pegno del tenero
amore
ma solo sabbia le
trafilò tra le dita.
Allora in un brivido
disperato si scrollò e offrì alla Pioggia,
sciogliendosi in
pianto,
il primo volo di
foglie d’oro.
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L |
a
Ragazza comparse in punta di piedi
Improbabile
negli
anacronistici abiti di scena
Esile grazia vestita
di solitudine
così colma di vita
nell’anima,
con silenziosi
piccoli passi leggiadri
(quasi una danza)
guadagnò il
proscenio.
Si raccolse
abbracciandosi
intonando una nenia.
La voce si levo’ e
da tenue diventò potente e modulò l’aria .
Silenzio.
Lentamente si sciolse il monologo.
Prima trepido
Poi esitante
Poi sicuro
Poi sfacciato
Poi ostinato e il
diaframma impazzì
e anche il Gesto
corse in aiuto della Voce.
L’attrice misurò il palco e
con piccoli cerchi
(poi con cerchi più ampi)
più ampi
più ampi
e più ampi ancora
ogni volta la
ribalta fu percorsa in volo.
Tutto il corpo si
scosse in un tremito e
il verbo rubò la mente
dei paganti,
incatenò tutti alle
poltrone inchiodando le membra e
i sensi si persero in un mutuo donarsi.
Ancora,
mentre il respiro ansimante scandiva i tempi,
il
Pathos penetrò nella sala e si elesse Re.
Diresse
la trama lasciando tutti col fiato sospeso e
quando
l’ultima sillaba fu licenziata
ordinò
alle membra il risveglio.
L’Attrice ingoiò
l’affanno nel cambio di luci.
Sipario.
E ancor prima che il
pianto imprigionasse la voce
esplose L’Applauso.
pervase la sala e
alto si levò
poi
si perse tra le tende,
tremolò,
infine
si spense. 8/99
L’ |
orologio pesa il tempo
da gran commerciante
ne ricevi superfluo
e lo paghi di più.
Ti trovi già grande
a giudicare la vita
ti troverai ormai
vecchio a ricordarti la vita.
Dove è finito il
bambino ?
(se c’è mai stato il
bambino) ?
I ricordi sfumano la
realtà,
obliano
i sogni di atavici
propositi
che mai videro fine.
Ma il tempo
corre trascinando fronde
che cancellano sulla
sabbia le tracce
degli errori
ripetuti,
degli
eterni amori
degli amici “per
sempre” che non vedremo mai più.
C’è mai stato il
bambino che spensierato …correva?
C’è qualcuno fuori
dall’anima?
Muri eretti da
mastri velocissimi
ci dividono,
illusi di parlare
tra cuori a 195 lire al minuto,
ci crediamo vicini,
ma gabbati, ci
ritroviamo
anime mute;
utenti
irraggiungibili di
reti invisibili,
isolati in un
deserto affollato.
Quante volte sono
nato?
Il tempo passa
e se l’Uomo non
muterà
un Dio forse stanco
conterà i peccati.
ci abbandonerà soli
su questa astronave sperduta.
E resteranno lacrime
e stridor di denti.
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I |
l primo
giorno guardò i monti
e la vallata che
sembrava non finisse mai.
Il vento carezzava
l’erba e i fiori profumavano di nuovo.
Con lei guardò e muti
si promisero la vita.
Tornò poi con filo e
attrezzi e tutto scaricò,
gli angoli e le
altezze con cura misurò.
Lentamente registrò
ogni cosa e la pala trafisse il prato
finché la buona
roccia cristallina risuonò.
Fu soddisfatto
l’occhio e allora si arrestò.
Il secondo
giorno lentamente tramontò.
Carico di sassi e
calce
(albeggiava il
terzo giorno),
al lavoro ritornò
posò le fondamenta e
solide le sistemò.
Di sassi e calce,
rapidi i muri conquistarono l’azzurro
ma quando il sole
scese alla montagna
sentì la nostalgia di Lei e se ne andò.
Il quarto
giorno la pioggia lo bagnò
fino alle ossa,
mentre il legno gravava sulla schiena
le gocce rigavano il
bel volto
mentre i lampi
illuminavano il sorriso.
La Donna sua poi
venne e l’asciugò
e la pioggia prima
triste e uggiosa
sul tetto una
canzone ora intonò.
Il quinto
giorno la pietra fu vestita
liscia come la
pelle, vellutata.
Anche la terra
dall’assito separata
e la finestra il
mondo incorniciò.
Il suo amore però
non c’era stata
e un sapore amaro l’animo
gli rattristò.
Nemmeno il sesto
giorno Lei si era veduta
mentre l’ascia
scheggiava il legno duro.
l’armadio, il tavolo
e le sedie erano pronte,
il letto fu
completato ch’era sera.
Sul bordo si sedette
e lì pensò.
L’ultimo
giorno serrò l’uscio.
Oscuro in viso
l’opera finita rimirò:
era perfetta come la
sognava;
a mezzodì da solo
desinò…
…Era già Vespro
quando il focolare scoppiettava
e quando di vederla
disperava
una mano morbida
l’uscio chiuso picchiettò.
Di festa era vestita
e, raggiante, una culla trasportava,
l’aveva ella stessa
costruita con legno di ciliegio e con la seta.
L’Uomo la guardò con
occhi nuovi, lucidi nell’ombra della sera,
le mani forti le
cinsero la vita,
chiuse l’uscio….
…e con Lei
si addormentò.
La Fine.
Morte, non ti temo!
Io sono… già morto.
Capelli di rame
vergine sciolti sul tuo corpo,
come sei bella ora
che ti manca il fiato.
Hai corso tutta te
stessa e sei felice,
ora che il
respiro forte affanna il cuore.
Se le parole ti
escono soffiate, non temere,
te le accompagna il
vento.
E parlano i tuoi
occhi
che il sole accende
più della tua gioia
e pare che si
accorgano di me.
Come vorrei che ora
mi vedessi,
ma come puoi tra
tutta questa gente,
eppur non vedo
orgoglio o vanità
nei brillanti accesi
dei tuoi occhi.
Potessi dirti queste
mie parole
che ora lascio su
questi pochi fogli,
con la mia voce,
mentre tu mi guardi
correndo insieme con
il vento in volto!
…Potessi dire a te
cosa si prova
guardando un animale
in corsa,
bello, mentre il
vento lo scompiglia…
E vorrei sapere ora
tutte le parole
per allinearle tutte
quante in fila,
per raccontare a te
cosa si prova
ad invidiare il
vento che ti sfiora.
E’ bello pensare che
una Stella
per una volta possa
innamorarsi d’un poeta
e con un raggio di
luce l’incatena.
…Ma mentre penso tu
sei già passata,
irraggiungibile,
brilli ormai lontana…
poi improvvisamente la geometria si distese
e la sfera danzo’ precisa tra i corpi.
I piedi, come fatati, accarezzazno il cuoio
imprimendo traiettorie quasi magiche
addomesticando la fisica.
Creando nuove balistiche.
Ogni parte anatomica esigeva la sua parte il suo ruolo
e la porta tremava aspettando lo scocco.
Imprivviso, al momento opportuno, con ampia
movenza,
una coscia oscillo’
colpendo la palla all’ipogeo del pendolo.
si stacco’ dalla terra in volo roteando
parabolo’ e ridiscese.
l’uomo si protese stendendosi
era vicina
cosi’ vicina
la prendo.
ancora uno scatto…
Senti’ solamente un frùscio
di guanti
e il rumore del legno.
ricadendo (lo sguardo inorridito)
vide la rete
violata e puttana
accogliere calda la sfera rotante.
Dopo la terra lo abbraccio’
e il dolore non sembrava più il suo
quando mille occhi puntati
dopo una frazione di silenzio
ordinarono alle bocche
gia’ aperte di
urlare
Gol!
Conoscenza
Ora, appresa la magia, ora che posso
finalmente estendere la parola
ai confini del mondo,
ho incontrato
la fine
il limite del volo
tu
che hai fissato
al fotofinish l’istante dell’arrivo.
Verbo puro
tu
Noi che parliamo
d’Amore in un idioma affittato
possiamo capirci come se
ci conoscessimo da anni
e ogni barriera cade
pudore,
ingenuità
distanza
tempo.
Anche l’età si appiattisce e
si fa media
tra la tua e la mia
i Sogni,
il futuro ci avvolgono
con misteriose auree.
Spirali quantiche ci trasportano
tra passato e futuro
e
il presente turbinando ci inganna
tra i dominii del tempo in una
equazione insoluta.
Il punto d’incontro tra il tuo ed il mio tempo
ha intersecato le nostre sfere in un unico
punto centrale
e la geometria
fredda e’ la sola ad inorridire!
Non c’è gelosia se parliamo di noi
non un gesto trattiene gli istinti…
E’ male?
Ti chiedo:
è male parlare d’amore?
Mia giovane amica che parli di uomini col
sorriso
sulle labbra
ti amo.
Ti amo perché quando parli di lei il tuo
sorriso non spegni.
Amami affinché io non si spenga il mio
sorriso!
Io ti amerò perché hai fissato l’attimo
ma lasci proseguire la corsa.
Ti amerò perchè sai essere triste ridendo
e la tristezza la vesti di gioia.
Ti amerò perché fai l’amore con gioia
e non con complicati riti euclidei (tu dici!)
Ti amerò perché,
piango nel dirlo,
hai sciolto il macigno nel petto
mutandolo in ghiaccio
e ora
lo
irraggi col calore delle tue parole…
a goccia a goccia
dimoia
e bagna l’anima
arsa
che può tornare a fiorire.