ATTAUTORE
di
Anna Mauro
Personaggi:
Antongiulio
Interno di un monovano
Antongiulio
(si esercita davanti ad uno specchio)
Elle i enne gi u a gi gi i o
Localizzato
Intrigante
Nervoso
Gioviale
Unico
Aulico, audace, arrogante, articolato, ansioso, apprensivo
Gelido
Giustiziere
Imperioso
Oltraggioso
Ops! (si allontana dallo specchio)
Nella A hanno dimenticato l’aggettivo più importante, adattabile.
Sì, perché il linguaggio per ognuno di noi dovrebbe essere come l’impronta
digitale del momento, dovrebbe variare, adattarsi al tempo e all’evento.
…E quando parlo di linguaggio non mi riferisco soltanto a quello verbale che è
sinonimo della frammentarietà dell’uomo, ma anche alla lingua che parlano le
mani, gli occhi, i piedi e che è espressione dell’equilibrio armonico di un
individuo.
E allora…qualcuno sa dirmi perché la società tende a ingabbiare il linguaggio?
A renderlo stereotipato persona per persona?
Il mio insegnante di religione predicava, mio padre imprecava.
La mia prof di Filosofia discuteva, quella di Matematica ragionava, mio nonno
bestemmiava, mia nonna biascicava, mia zia blaterava.
Il cane abbaia, mio padre impreca.
L’asino raglia, mio nonno bestemmia.
Il cavallo nitrisce, la vicina spettegola.
Il topo squittisce, il mio medico diagnostica.
Il gatto miagola, la mia donna fa le fusa.
L’elefante barrisce, il mio datore di lavoro s’incazza.
Quando non sono impronte digitali sono versi.
Versi di animali.
La società non si preoccupa dell’equilibrio psicofisico, ma di un’uniformità
che imprigiona gli esseri e li spegne.
Io non sono una bestia, non voglio essere prigioniero in una gabbia.
Per questo ho cominciato a recitare.
Ho voluto rompere tutto per penetrare in un mondo vero, il teatro, dove posso
confrontarmi con tutti i caratteri, le personalità, i ruoli, i mestieri, i
periodi; per viaggiare nelle altre dimensioni, lo chic, il volgare, per fuggire
dalla banalità della vita di ogni giorno che affoga nella monotonia.
Entrare ed uscire da più gabbie?
Si’, ma gustando un briciolo di libertà nel passaggio dall’una all’altra.
Single, sono un single.
Per scelta…o per dovere.
Forse per necessità.
La testa, Dio mio, la testa!
Tutti questi rumori casalinghi mi fanno impazzire.
Il frullatore strepita, la lavatrice saltella sul pavimento.
Oh, no!
Non volevo la centrifuga…ho rovinato i capi delicati.
La televisione si parla addosso, non la guardo.
L’aspirapolvere ulula, la caffettiera borbotta, la pentola a pressione sbuffa.
Anche gli elettrodomestici hanno un linguaggio.
O un verso.
Congiurano.
Parlano e congiurano.
E poi si guastano tutti insieme o uno dopo l’altro.
La congiura degli elettrodomestici.
Basta ingabbiarli, spegnerli.
Adesso li spengo.
Tutti, li spengo tutti.
Come fa la società con gli esseri umani.
Ma io voglio parlare.
Voglio dire la mia.
Ma come?
Se per una volta non recitassi testi d’altri?
Per una volta, soltanto una.
Non potrei, avrei paura di dire quello che penso…perché io penso, anche se sono
un attore.
Ecco cosa vorrei essere: un attautore.
“La parola dei letterati è morta, la parola dei teatranti è viva”.
Caro cardinale Borromeo…(canta una filastrocca)
Meo Meo ciaramitaru
Tri picciotti l’assicutaru
L’assicutaru vanedda vanedda
Ci sfasciaru la ciaramedda.
Ma è così difficile mettere nero su bianco.
Una frase può passare alla storia, trenta cartelle nel riciclaggio per la carta
igienica.
Vorrei potere scrivere del linguaggio in tutte le sue manifestazioni.
Vorrei potere scrivere della fusione di voce e gesto.
Ma è sempre la solita solfa…il bicchiere mezzo pieno o il bicchiere mezzo
vuoto?
Non è vero che la televisione si parla addosso e io non la guardo.
La guardo e l’ascolto…purtroppo.
Interrompono la trasmissione per una diretta.
Aeroporto.
L’eroe rientra in patria.
Mentre il picchetto d’onore raggiunge l’aereo militare, un tizio, in mezzo alle
autorità, ridacchia divertito.
Lo inquadrano.
Chi è questo coglione?
E soprattutto cosa ci troverà da ridere in un momento simile?
Bestia!
Sua moglie e i suoi figli forse sono stati invitati ad un ricevimento,
gozzovigliano nello stesso momento in cui la moglie e i figli dell’eroe
piangono al seguito del feretro che avanza portato a spalla dal picchetto
d’onore.
Il Presidente raggiunge la bara, solleva le braccia e appoggia le sue mani sul
tricolore.
Abbraccia il feretro…gracchia lo speaker con voce di circostanza.
Forse, invece, sta pregando…
“Signore, allontana da me questo calice. Cosa c’entro io con questo cazzo di
guerra? Non sono io che l’ho voluta! Non voglio fare il P.R. di questo dolore,
so benissimo cosa recita l’articolo 11 della Costituzione”.
…Il lungo abbraccio del Presidente…continua a gracchiare lo speaker…
Il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
La solita solfa.
Intorno, i volti impettiti delle forze dell’ordine.
Zitti.
Non si parla in momenti come questi.
Chissà se qualcuno di loro sta sognando di morire da eroe!
Chissà se qualcuno di loro sta desiderando un funerale come quello e domani
chiederà di partire!
Chissà se qualcuno capisce che le guerre non generano eroi, ma mietono vittime.
Chissà se qualcuno si rende conto che è tutta una presa per il culo.
Chissà!
La linea ripassa al festival.
Senza parole.
Non ci sono parole.
Non c’è niente da scrivere.
Preferisco fare l’attore.